Comune di Fidenza
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i bassorilievi [la storia di S. Donnino] [Considerazioni] [Traslitterazione epigrafica]
Incoronazione dell´ imperatore:

"Anni di Cristo 303 e 304.
Comparve appresso su i medesimi giorni (secondo il tempo, che del martirio di lui registra ne gli Annali il Baronio) nella citta nostra un altro pio, e generoso soldato della Legione Thebea; addimandato Donnino...". Cosi il Campi inizia la narrazione della storia di Donnino Martire, la stessa storia, che su pagine di pietra, è raccontata nel fregio che adorna il portale principale della cattedrale dedicata al Santo.
L´impero romano vive la difficile stagione del declino. Qualche anno prima,nel 286, l´imperatore Diocleziano, trasferitosi a Nicodemia, in oriente, aveva associato al trono con il titolo di Augusto il generale Valerio Massimiano, cui aveva affidato la difesa dell´occidente. Le sempre più accese ribellioni nelle Gallie avevano spinto Massimiano a fissare la propria sede a Milano, e il tentativo di migliorare il controllo del territorio avevano spinto entrambi a istituire la tetrarchia:
Diocleziano e Massimiano (i due Augusti) avevano nominato un successore ciascuno: Galerio e Costanzo Cloro (i due Cesari) ed avevano suddiviso l´ impero in quattro zone amministrative.
È l´epoca delle più feroci persecuzioni contro i cristiani.
La narrazione della storia di San Donnino inizia qui, alla corte di Massimiano,che appare al centro della scena, seduto sul trono, mentre riceve i simboli dell´autorità imperiale: lo scettro (il bastone del comando) la palla (il mondo sottomesso) e la corona (il segno del grado gerarchico raggiunto). Donnino,cubicularius, cioè "alto funzionario di corte",lo aiuta porgendogli la spada:
è un giovane vigoroso, bello, elegante nella sua toga dai morbidi panneggi. Lo accompagnano altri due personaggi, maturi, con la barba e copricapo: forse consiglieri dell' imperatore. A sinistra un portale che lascia intravedere, in finta prospettiva, una cupola, forse simboleggiante il Palazzo.
L´ atmosfera è solenne.
Può una posizione di privilegio spegnere la coscienza di un uomo? Donnino, abbracciata segretamente la fede cristiana, sente di non essere più ciò che il ruolo pubblico gli imponeva di apparire.

La conversione di San Donnino

Può una posizione di privilegio spegnere la coscienza di un uomo? Donnino, abbracciata segretamente la fede cristiana, sente di non essere più ciò che il ruolo pubblico gli imponeva di apparire.

" mentr´era infin´ allora stato dè camerieri il più fidato (ma però occulto Cristiano) che nella Corte sua il crudele Massimiano avesse, e solito insieme Atener cura del diadema imperiale, e di porglielo in capo nÈ più solenni giorni. Ma concio sia che cresciuta in colmo la spietata fierezza del Tiranno, conobbe Donnino di no´ poter più giovare a poveri Cristiani prigioni, nè inanimar loro (secondo che secretamente faceva) à sopportar volentieri per Christo ogni più cruda sorte di supplicio, e morte, e con brevi tormenti guadagnarsi una vita, e felicità eterna

Donnino conforta i cristiani vittime delle persecuzioni, che in quegli anni, per volere di Diocleziano, erano divenute spietate e sistematiche carneficine. La forza dello impero contro quella di un uomo: Massimiano, con l´intento di scoprire chi, fra le fila del suo esercito, si sia convertito, ordina che ciascun soldato compia sacrifici alle divinità pagane, stabilendo che ad ogni rifiuto sarebbe seguita la pena capitale. La scena mostra Donnino, (il terzo da sinistra) in udienza dall´imperatore. Chi lo precede ha le mani giunte, mentre la gestualità di Donnino e del compagno che lo segue sono più ampie, quasi animate, con la mano destra aperta ed il palmo rivolto al cielo, come di chi stia cercando di spiegare le ragioni di un comportamento e convincere il proprio interlocutore.

L´ imperatore Massimiano

Una imprevista gestualità affiora nel ritratto dell´imperatore che viene a sapere della fuga di Donnino. Abbandonata la ieratica posizione delle scene precedenti eccolo raffigurato sul trono, incorniciato da un arco preziosamente decorato, mentre si tocca la barba, volgendo pensiero e lo sguardo a ciò che riteneva essere un tradimento.

La figura di Massimiano è realisticamente intesa, con un raffinato gioco di panneggi che lasciano intuire la postura, correttamente impostata dallo scultore. Lo sguardo è torvo ed il busto sembra quasi inclinarsi dinnanzi, come di chi viva un momento di incredulità e di ira a stento contenuta.

Sulla sinistra appare la prefigurazione del martirio di San Donnino: un funzionario che porge la spada all´imperatore.

La fuga di San Donnino

La fuga è l´unica via di salvezza, Donnino ed i suoi compagni abbandonano la sede imperiale di Treviri alla volta dell´Italia.

"deliberò finalmente di lasciar quello alla mal hora, essendo seco da questi dì in Alemagna; e trattosi un giorno in disparte con altri molti dell´essercito, che pure Cristiani erano,e dello stesso volere; di notte tempo (così ispirato da Dio) con esso loro si diede alla fuga; disposti nulladimeno tutti di dare prontissimamente il sangue, e la vita, ovunque, e quando poscia alla Divina Maestà piaciuto fosse, per honore, e difesa della santissima Fede; in tanto di trasferirsi tutti per divotione, si come incominciarono a fare, con frettolosi passi alla volta di Roma ". (Campi, Di Piacenza. Lib. II − 49.2 50.1) Donnino è l´ultimo della fila, l´aureola impreziosita da incastonature, si volge leggermente all´indietro, indicando il percorso che lo allontana da colui che aveva fino ad allora seguito.Una leggera connotazione paesaggistica appare sulla parte destra della scena, una collina, della vegetazione, una città lontana.

La città di Piacenza

Donnino giunge in Italia, e si separa dai compagni, dirigendosi verso Piacenza.

"Perciò unitamente pervenuti in Italia, mentre si disuniscono l´uno dall´altro, e parte di essi fanno il cammino per la strada Flaminia, esso Donnino per la via Claudia, o vogliam dire Emilia indirizzandosi, qua se ne giunse à riveder i nostri, e confortati loro à mantenersi nella Christiana Fede, e detestare più che mai l´adorazione de´ falsi Dei secondo gl´insegnamenti, e ricordi a lui ben noti del glorioso Antonino, si licenziò no´ molto di poi da essi." (Campi, Di Piacenza. Lib. II – 49.2/50.1)

La narrazione del Campi sembra divergere dal quella dell´anonimo scultore: il primo ci parla di una breve sosta in Piacenza e di un incontro con i cristiani che là risiedevano, il secondo ci mostra porte inesorabilmente chiuse. Sullo sfondo di una architettura dal sapore bizantino, Donnino fugge a cavallo inseguito dagli sgherri dell´imperatore, mentre dalle mura della città le persone in abiti romani assistono alla corsa disperata.

Il martirio di San Donnino

Dopo poca strada Donnino viene raggiunto sulle rive del fiume Stirone, ed ucciso.
"Ma uscito appena del Piacentino, ò su´ i confini stessi; venne il buon servo di Dio all´improvviso afferrato, non troppo lungi dallo Stirone (fiume che traversa la publica strada per gire à Parma) da crudi Ministri di Massimiano, avvisati di già per corrieri spediti a posta di Germania; e non volendo il pio Donnino nè ritornare adietro, nè rinegar Cristo, con prontissimo affetto espose la vita propria alle spade, che contra di lui avventate, immantinente una gli trapassò il petto, e l´altra gli spiccò la testa; (…)" (Campi, Di Piacenza. Lib. II − 49.2–50.1)

L´armigero appiedato, coperto da una pesante cotta di maglia metallica, viene colto con la spada alzata, nel gesto di abbattere il fendente fatale. Dinnanzi a lui la scena del primo miracolo:

“eccoti, che à vista, e confusion de´ malvagi Pagani, tosto da se rizzatosi in piedi il sacro busto per celeste favore prese il suo venerando teschio così sanguinoso, e fumante ancora nelle proprie mani, e con esso miracolosamente varcato il fiume sopra l´acque (quasi n´andasse trionfando con quel trofeo in mano della sua segnalata vittoria) tanto avanti inverso oriente s´incaminò il glorioso Martire, quanto potrebbesi da uno tirar con mano una pietra; (…)" (Campi, Di Piacenza. Lib. II − 49.2–50.1).

Il corpo di Donnino non viene raffigurato riverso, ma in piedi. Dove era stato versato il sangue ecco spuntare una pianticella, mentre la testa, ritratta con la barba, è posata su ciò che appare un elemento architettonico non immediatamente decifrabile.

Claudio Saporetti, nel suo articolo del 1997, lo interpreta come l´arcata di un ponte romano. "Già considerata un cenotafio od un´ara, crediamo invece che questa costruzione, data la forma e la sua posizione voglia rappresentare un pilone del ponte romano, che proprio in quel punto esisteva, come sappiamo, quando, nel 1874, ne fu trovata un#180;arcata intera e l´inizio di un´altra. La parte inferiore, che ho chiamato "zoccolo", della costruzione, potrebbe significare il pilone vero e proprio; il proseguimento con l´incavatura potrebbe essere l´inizio di un'arcata distrutta, mentre la parte superiore, con il gradino, sembra indicare il punto rotto e sbrecciato: ed è forse emblematico che quest´ultima parte non sia adornata dalla greca, quasi si sia voluto rimarcare la zona distrutta…."

Alla crudezza della vicenda terrena si affianca e si sostituisce a partire da questo punto, il cammino celeste del Santo. Due le rappresentazioni che scorrono parallele: quella intellettiva, con due angeli che portano l´anima in paradiso, simboleggiata dalla testa, questa volta imberbe. E quella del miracolo, segno terreno per chi non possa altrimenti comprendere la grandezza di un evento: il santo, afferrata la propria testa, attraversa il guado e si adagia sulla sponda opposta.

Il corpo di San Donnino

Su una sponda del fiume ecco giacere il corpo di Donnino, privo di vita, con la testa poggiata sul petto.

"e quivi postosi su la strada maestra à giacere, vi ricevette , come piacque al Signore (non sapendosi da chi, nè in qual guisa allora) occulta sepoltura; (…)"(Campi, Di Piacenza. Lib. II − 49.2/50.1)

Il luogo è ameno, circondato da una frondosa vegetazione, naturalisticamente scolpita.

Un appassionato di storia locale, Ircano Cogato, ci propone − senza velleità esegetiche − una suggestione che sembra bello ricordare: alcuni passi biblici che ricreano un´atmosfera prossima a quella descritta dal nostro artista:

"Ai margini del fiume, sulle due sponde, crescerà ogni sorta di alberi fruttiferi, le cui fronde non appassiranno, nè mai mancheranno i loro frutti" (Ezec. 47, 12);
"Egli è come un albero piantato lungo le acque" (Ger. 17,8);
"Sulle due rive dl fiume sta un boschetto di alberi di vita" (Apoc. 22,2);"Il giusto fiorisce come palma" si espande come il cedro del Libano" (Salmi 92, 13)

La guarigione dell´ammalato

La scena mostra la chiesetta eretta dagli abitanti in onore di Donnino, un piccolo edificio a pianta circolare, con due piccoli loggiati a coronamento della cupola.

Il Campi cosi ricorda la fondazione di quella prima chiesa: "ma poscia col tempo (scopertosi per celeste avviso di notturno splendore quel precioso tesoro) un tale, e tanto culto vi hebbe per la chiarezza de´ molti miracoli, che cagiatosi poi per lui il nome alla Terra, ò Castello, e fabbricatovi in honor suo una Chiesa; oggidì chiamasi questa la Cattedrale, e quella la città di Borgo San Donnino. (…)"(Campi, Di Piacenza. Lib. II – 49.2/50.1)

La sproporzione del fedele che vi si inginocchia davanti, la fa apparire una piccola capanna. Ancora Cogato ci ricorda un passo dei Vangeli Apocrifi: "Ognuno viva nella sua capanna con il corpo puro (…) il cipresso è il simbolo di continenza volontaria (..) i rami di palma simbolizzano la gloria del martirio. Con questi due legni sono costruite le capanne cioè i corpi dei santi…" (Epistola di Tito apostolo di Paolo 9,5−6).

La "Passio Parmense", una delle principali fonti agiografiche, parla di una "Parva Ecclesia", cioè di un edificio di piccole dimensioni. Questo porta Costa, Galli e Ponzi a pensare che potesse trattarsi di una "memoria" o "martyrium" vale a dire di un tipo di chiesa a pianta centrale spesso collocata in zone cimiteriali e destinate al culto delle reliquie dei martiri.

Saporetti e Costa, Galli e Ponzi (1983, pag. 61−62) collegano narrativamente questo bassorilievo a quello seguente, che descrive il miracolo del "cavallo restituito". I due bassorilievi mostrerebbero, cioè, due momenti di un unico episodio: mentre un pellegrino ammalato − entrato nella chiesa dedicata a San Donnino − viene guarito, il suo cavallo viene rubato da un ladro. San Donnino opera in modo tale da fare pentire il ladro e spingerlo alla restituzione del cavallo. Nel primo bassorilievo verrebbe raffigurato la guarigione del pellegrino, nel secondo la restituzione del cavallo.

Secondo le fonti siamo all´epoca immediatamente successiva all´editto Costantiniano: l´episodio e si riferisce alle numerose guarigioni occorse dopo il rinvenimento del sepolcro del Santo, che determinò la fondazione della "parva ecclesia".

Nella passio parmense "Sancti Domnini Martyris" possiamo leggere il racconto di come una luce mirabile per splendore avesse illuminato il luogo di sepoltura del Santo, rimasto dimenticato per lunghi anni, e che da essa fossero stato attratto un numero crescente di persone. Il Vescovo, venuto a conoscenza del fenomeno, si recò sul posto scoprendo le venerabili Reliquie e decidendo di erigervi una "basilica". In questo luogo, chiamato − da quel momento − San Donnino, accaddero frequenti guarigioni, dovute alla intercessione del martire, che finirono con l´attirare una moltitudine di persone desiderose di ottenere una grazia.

In questo contesto la passio parmense narra di un miracolo particolare, appunto quello del cavallo rubato.

Tuttavia ci sembra di poter notare che questa continuità narrativa non corrisponda pienamente ad una continuità stilistico iconografica: infatti il bassorilievo della guarigione dell´ammalato è sia fisicamente che stilisticamente più collegato al precedente che al successivo: è scolpito sullo stesso blocco lapideo e ne condivide gli elementi del paesaggio di sfondo, lo stile degli alberi. Questi cambiano molto nel riquadro successivo, peraltro scolpito su un supporto separato.

Il miracolo del cavallo

Questo bassorilievo, ritraente il miracolo del cavallo rubato, è disposto simmetricamente rispetto a quello con l´imperatore Massimiano ed è anch´esso di piccole proporzioni.

La quasi totalità degli storici considera questa scena come seguito dell´episodio descritto nel bassorilievo precedente: la "guarigione dell´ammalato".

Un ammalato si reca nella piccola chiesa eretta sul luogo dove era stata rinvenuta, dopo un lungo periodo di oblio, la sepoltura di San Donnino. Vi entra per chiedere la guarigione e lascia il proprio cavallo all´esterno. Ottenuta la grazia ed uscito miracolosamente guarito dalla basilica, si accorge che il cavallo gli è stato rubato.

Rientra in chiesa e chiede allora una seconda grazia al Santo: la restituzione del cavallo. "Ut, qui sanitatem corporis dederat, infirmum corde in amissione equi sui redire non permitteret", affinchè chi aveva dato la buona salute ad un corpo, non permettesse venisse inferta una ferita allo spirito per la perdita del proprio cavallo.

Uscito dalla chiesa il fedele ha la sorpresa di vedere il ladro che riporta il cavallo, per restituirlo al proprietario.

Nota come la scena sembri "mostrare una storia un poco diversa" rispetto alla narrazione delle fonti: "Vediamo un cavallo trascinare il ladro recalcitrante". L´uomo raffigurato sarebbe quindi il ladro, che cerca di aggrapparsi al ramo di una pianta nel tentativo di opporre resistenza al cavallo che cerca di trascinarlo verso il legittimo proprietario, mordendogli il braccio destro.

Cogato, invece, legge la scena in modo affatto diverso: l´uomo sarebbe il pellegrino che accarezza il cavallo restituitogli dal malfattore.
Alcuni particolari sembrerebbero far propendere verso l´interpretazione di Saporetti. Ad esempio, non si spiegherebbe altrimenti l´aggrapparsi all´albero dell´uomo. Un dettaglio appare degno di nota: le redini del cavallo penzolano davanti al capo dell’animale, e non ne permettono alcun tipo di controllo. E´ quindi quest´ultimo, evidentemente scosso, a trascinare l´uomo e non l´uomo ad accudire l´animale.

Il miracolo del ponte

La storia trova il suo epilogo in una scena assai animata: il miracolo del ponte.

Vengono ritrovate le reliquie di Donnino e la notizia si diffonde in un attimo. La folla accorre sul luogo e si accalca lungo ponte che attraversa il fiume Stirone. Il peso è eccessivo ed il ponte crolla trascinando con sè tutti i fedeli, che, però, grazie all´ intervento del Santo, rimangono illesi. In particolare viene salvata dalla tragedia una donna gravida, che vediamo raffigurata al centro della composizione, intatta ed impassibile.

La serrata processione dei fedeli, che comprende laici, chierici ed anche uno storpio, visibile sul lato sinistro del bassorilievo, viene stravolta nella parte centrale, dove l´artista dispone obliquamente i travi del ponte ligneo, cercando l´effetto di rappresentazione catastrofica e drammatica.
La processione si muove da sinistra a destra, partendo da un edificio religioso del tutto simile a quello della scena 8, la chiesa del Santo, per entrare in quello che sembra un edificio civile, e quindi in senso apparentemente opposto a quello in cui dovrebbe procedere.

Questa conclusione lascia ben intendere il profondo coinvolgimento che l´esempio di Donnino ebbe sulla comunità di Borgo, che da esso mutuò addirittura parte del suo nome e più in generale sui piacentini. Così conclude Campi:

"Del martirio del qual santissimo campione, quantunque i Piacentini Cristiani grave sentimento n´havessero allora, nulladimeno rincoratisi maggiormente per la sua magnanima, & invitta fortezza, e per l’immortal corona da lui ottenuta, lasciarono poi à suoi posteri tal rimembranza della pietà di quello, che quando fù loro permesso, non che una sol Chiesa sotto il suo santo nome dentro la Città stessa eressero, ma più altre sulla Diocesi, cioè fuori di Castell´Arquato, e nè villaggi di Prato, di Brunello appo il Borgo di Val di Tarro, di Pregno, di Albarola, & altrove gli dedicarono; e si festeggia in quelle Chiese ogni anno il dì 9. di ottobre la sua gloriosa memoria." (Campi, Di Piacenza. Lib. II −− 49.2/50.1)